Parliamo di Monete 2

Salve amici, con piacere dopo molto tempo, torno a parlare di numismatica per riprendere il discorso sulla storia della moneta, ma questa volta come anticipai già, esclusivamente riferito alla storia di Roma.

Nelle immagini delle monete che seguiranno, ho cercato di mantenere una certa proporzione e dimensione il più possibile vicina alla realtà.

Le monete di Roma antica

Dunque come già dicemmo a carattere generale, in origine e così a Roma, la prima e più importante unità di misura in uso per il baratto fu il pecus = (pecora, agnello) ce ne danno conferma anche alcuni autori antichi come Fausto, che ci narra di una multa per reati di poco conto, calcolata a due pecore, mentre per i reati più gravi, poteva arrivare a dieci buoi.

Il termine pecus con la denominazione pecunia ovvero denaro è giunto poi fino ai nostri giorni.

Successivamente, circa dal VII sec. a.C. a tutto il periodo monarchico (753-509 a.C.) ed anche parte del periodo repubblicano , fino al III secolo a.C., per il commercio, fra le prime forme di pre-monete in uso presso Roma, vi fu l’aes rude, la parola latina aes ( aeris al genitivo) significa bronzo, quindi come baratto, venivano usati pezzi di metallo grezzo di fusione, da pesare in ogni transazione, alcuni con segni di marcatura probabilmente per distinguerli da altri residui di lavorazione.

alcuni ritrovamenti di aes rude

In seguito comparve aes signatum, barra di bronzo ferroso di forma più rigorosamente geometrica con segni sovraimpressi in ambo le facce, fra i primi, il più noto fu il ramo secco stilizzato, di difficile interpretazione.

Questo tipo di monetazione primitiva, come dimostrato dai numerosi ritrovamenti, era circolante prevalentemente nell’Italia centrale.

frammento di ramo secco rinvenuto a Bilatemi presso Gela, datato certamente tra il 560-540 a.C.. Probabilmente giuntovi attraverso il commercio.

lingotti di ramo secco stilizzato

Successivamente sono stati rinvenuti molti altri lingotti, probabilmente tutti realizzati all’epoca su iniziativa di singoli mercanti, con molte altre figure impresse dal produttore, come: aquile, tridenti, cavalli alati, elefanti, maiali, tripodi, ancore, ecc.. così da permettere il loro riconoscimento.

Il loro peso variava da 1,150 a 1,850 Kg. pari circa a 5 libbre romane.

aes signatum con aquila e tridente

Roma produsse anche un aes signatum caratterizzato dall’iscrizione “ROMANOM” cioè (dei Romani).

aes signatum “ROMANOM”

La necessità di pesare il metallo per ogni scambio, creava comunque un’inconveniente non trascurabile.

La monetazione fusa

Con l’avvio del commercio via mare, intorno al (335 a.C.) comparve la prima monetazione standardizzata da parte dello stato, l’aes grave detto anche asse librale, una serie di monete “pesanti” realizzate per fusione.

Il peso dell’asse come detto, inizialmente era pari ad una libbra romana (327,46 gr.), ed aldilà della raffigurazione riportata, avendo un peso costante ed impresso anche sulla moneta, esso era uguale al valore intrinseco.

asse I con al dritto Giano bifronte ed al rovescio prora di nave sormontata da segno verticale indicante 1.

semisse S
triente 0000
quadrante 000
sestante 00
oncia 0

Frazioni dell’asse che era segnato con I (uno), furono il semisse con S (1/2 asse), il triente con quattro globetti (1/3 d’asse), il quadrante con tre globetti (1/4 d’asse), il sestante con due globetti (1/6 d’asse) e l’oncia con un globetto (1/12 d’asse).

Occorre precisare che mentre a Roma, la storia della moneta si evolveva come descritto, nel sud della penisola, a causa della colonizzazione greca la monetazione era già ben più raffinata.

Le emissioni romano-campane

L’apertura al commercio estero ( in particolare Magna Grecia), segnò un’evoluzione in questo senso, quando i romani entrarono in contatto con le civiltà greche del meridione d’Italia, le monete in bronzo non erano più adatte, avendo esse un valore insufficiente per gli scambi commerciali, mentre le città della Magna Grecia utilizzavano monete d’argento.

L’alleanza con i Campani del (326 a.C.) quindi, ebbe il suo effetto quando la zecca (dalla parola araba “sikka”, ovvero “conio”) di Cuma, produsse le prime monete romane in argento, ma di impronta ancora prettamente greca la didracma.

Da qui la denominazione (emissioni romano-campane).

didracma zecca di Neapolis arg, 7,32 gr.
didracma zecca di Neapolis arg. 7,32 gr.

Queste monete sono contemporanee alle emissioni di una serie di colonie e socii, fra cui Cales, Suessa, Teanum Sidicinum, con tipi simili, che fanno ipotizzare l’esistenza di accordi monetari.

Anche se lo stile era palesemente greco, la tipologia era caratteristica delle civiltà italiche, con le figure di: Marte, Minerva, la lupa con i gemelli, Giano. L’ etnico invece, che inizialmente, secondo l’usanza greca era “ROMANO”, presto diventerà “ROMA” secondo le abitudini italiche.

La zecca di Roma

Secondo il giurista Pomponio, nel (289 a.C.) furono stabiliti i “triunviri monetales“, magistrati responsabili alla monetazione e la zecca fu posta sul Campidoglio, vicino al tempio di Giunone Moneta (cioè “ammonitrice”), per questo motivo ancora oggi il denaro lo chiamiamo “moneta”.

Probabilmente così era il Tempio di Giunone Moneta in Campidoglio dove oggi è l’Ara Caeli

La didracma presto venne sostituita quando la zecca dal (221 a.C.) coniò sempre in argento, una moneta più famosa conosciuta col nome vittoriato o quadrigato. Presentava al dritto una testa giovanile di Giano ed al rovescio Giove e la Vittoria su una quadriga, da cui il nome.

quadrigato argento 5,57 gr.

Quest’ultima non raggiunse una grossa diffusione, fu impiegata quasi esclusivamente nel commercio con i greci dell’Italia meridionale e le campagne galliche.

Coniazione di monete a martello

La moneta d’argento di riferimento dell’economia romana fu per circa 400 anni però, il denario, battuto per la prima volta a Roma intorno al (211 a.C.); il termine derivante da “deni”, ossia “per dieci” (assi di bronzo), identificato con il numero romano X pesava 4,55 gr.

denario arg. 4,55 gr.

Le prime monete raffiguravano da un lato la testa di Roma con elmo alato e dall’altro i Dioscuri a cavallo con la scritta ROMA.

In seguito le immagini utilizzate furono prevalentemente quelle di vecchie glorie famigliari dei magistrati, sovraintendenti alla coniazione.

L’affermazione del “denario” accompagnò le azioni militari romane al punto da divenire quasi l’unica moneta circolante nel Mediterraneo. Anche lo stipendio militare era pagato in monete d’argento. Commercianti greci, romani e italici compravano e vendevano a suon di “denari” e resterà alla base della monetazione romana fino al III sec. d.C. quando fu sostituito dall’antoniniano, e la sua fama è testimoniata dal termine “denaro” che tuttora noi utilizziamo.

antoniniano lega di rame e argento da 3,5 a 5 gr.

Il denario aveva come sottomultipli: il quinario (1/2 denario) identificato dal numero romano V ed il sesterzio (1/4 denario) identificato dalla marca IIS ed in seguito HS.

sesterzio argento circa 1 grammo

Il sesterzio, fino al III sec. d.C. probabilmente fu la moneta più diffusa nel mondo romano, durante il periodo Repubblicano venne coniato sporadicamente sotto forma di piccola moneta d’argento, e fu solo dopo la riforma di Augusto nel (23 a.C.) che conobbe una maggiore diffusione.

Divenne una moneta di grande formato, non più in argento ma in oricalco, una lega (90% rame, 10% zinco). Cambiarono anche le dimensioni, con un diametro di 32-34 mm., uno spessore di 4 mm. ed un peso di 25-28 grammi.

sesterzio di Nerone oricalco 27 gr.

Era divenuto oramai per antonomasia, “la moneta romana”, poiché il suo valore, equivalente a (circa 2 euro di oggi) era abbastanza basso per non aver bisogno di sottomultipli , ma anche abbastanza alto da essere comodo nelle valutazioni dei cambi.

La monetazione durante le guerre civili

Negli ultimi anni della Repubblica romana, immediatamente precedente alla nascita del “principato”, detto anche periodo delle guerre civili, le monete venivano emesse a nome dei generali che si combattevano tra loro in virtù del loro “imperium”.

Si tratta quindi delle monete di: Pompeo, Giulio Cesare, Bruto, Cassio, Labieno, Sesto Pompeo, Lepido, Marco Antonio ed Ottaviano, da soli o con altre persone.

Le monete coniate in questi anni rispecchiano così l’andamento della lotta politica e delle guerre in corso. I loro contenuti propagandistici risultano accentuati e per le prime volte vi sono rappresentate anche le persone viventi.

C’è da notare che queste monete rimasero in circolazione per circa 200 anni a causa della carenza di metallo prezioso.

denario di Cesare (testa laureata e cometa a 8 raggi DIVVS IULIV[S]

Le monete come strumento di economia e propaganda

Il valore delle monete romane, come d’altronde di tutte le monete antiche, era dato a differenza di oggi, dal loro valore intrinseco, cioè il valore del metallo con il quale erano realizzate.

Ovviamente non tutte le monete in circolazione erano in metallo prezioso, ciò per avere anche dei valori utilizzabili per uso quotidiano.

Nel I secolo d. C. , ad esempio, con un asse si poteva acquistare mezza libra di pane.

asse di Claudio

Oltre al riflesso economico le monete ebbero anche un ruolo fondamentale nel diffondere nella società romana idee e messaggi in esse riportati.

Le immagini dei primi denari consistevano di solito nel busto di Roma sul dritto e di una divinità alla guida di una biga o di una quadriga al rovescio. Il nome del “magistrato monetario” non appariva, anche se a volte presentavano lettere o simboli di identificazione, ma ben presto si arrivò a rappresentare scene della storia famigliare dei monetari: ad esempio, Sesto Pompeio Fostulo, rappresentò il suo avo Fostulo, che assisteva Romolo e Remo allattati dalla lupa. Questi casi sempre più ampi e frequenti, divennero strumento di promozione delle classi in lotta per il governo della Repubblica. Un passo in avanti nell’uso delle immagini utilizzate si ebbe con l’emissione di Giulio Cesare che riportavano il suo ritratto.

Con quest’ultime, termina la fase della monetazione anonima o legata alla famiglia dei magistrati monetari, per iniziare l’emissione di monete legate alla figura reggente il governo di Roma.

Questa impostazione venne adottata anche nel periodo imperiale progressivamente associata a quella delle divinità, come durante la campagna contro Pompeo, nella quale Cesare emise monete con immagini di Venere ed Enea, con l’obbiettivo di divulgare l’ipotesi di una sua discendenza divina.

Ancora in maniera più spinta fece Commodo facendosi raffigurare vestito con pelle di leone e proclamandosi come reincarnazione di Ercole.

Quindi le monete si dimostrarono così un nuovo e straordinario strumento di propaganda, mentre il dritto continuava a riportare l’immagine dell’imperatore, la progressiva diversificazione del rovescio era usata anche in concomitanza di eventi bellici, per sottolineare sia l’occupazione, la liberazione o la pacificazione di un territorio.

sesterzio 192 d.C.

Commodo con pelle di leone e rovescio con clava e scritta HERCUL ROMANO AUGU

Alcune di queste iscrizioni a volte erano anche estremamente di parte, come nel 244 quando si annunciò trionfalmente la pace con la Persia, anche se i romani furono costretti dai persiani, all’esborso di forti somme di denaro per ottenere la fine delle ostilità. Cosa che il popolo naturalmente ignorava.

Le monete d’oro

Prima della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare, con la relativa disponibilità di metallo prezioso delle sue miniere, a Roma le monete in oro apparvero raramente.

Le prime emissioni di monete d’oro vi furono intorno al 286 a.C. in Campania, chiamate statere del peso di 6,82 gr. poi nel 209 a.C. mezzo statere di 3,40 gr., raffiguranti il volto di Giano bifronte.

mezzo statere oro 3,40 gr. Giano e scena di giuramento

L’emissione regolarmente dell’aureo, nel sistema monetario romano, iniziò dal I sec. a.C. fino al IV sec. d.C., quando venne soppiantato dal solido.

Le monete più preziose venivano utilizzate per le transazioni internazionali, quelle di minor valore, invece, per l’economia domestica. La coerenza dell’insieme era assicurata da cambi fissi: 1 aureo = 25 denari = 100 sesterzi = 400 assi.

Lo stato per tutta la durata della Repubblica agì con prudenza e saggezza nella regolazione delle coniazioni (quantità, peso e titolo).

L’aureo era della stessa forma del denario, ma naturalmente più pesante.

Secondo la storia, pare che il primo aureo, di una certa rilevanza, sia stato emesso nel 48 a.C. da Caio Giulio Cesare, che mostrava la testa di Venere. Cesare rese stabile il peso a 1/40 di libbra romana circa 8 gr.

aureo di Cesare oro 8 gr. circa

In quest’epoca e per tutta l’età imperiale , si diffuse l’usanza di recare nel rovescio della moneta, scene di gloria o divine, mantenendo sul dritto l’effige dell’Imperatore o di un suo congiunto.

La produzione di monete d’oro diminuì drasticamente nella parte finale del II secolo, dopo il regno di Marco Aurelio. Durante il III secolo pezzi in oro comparirono anche in frazioni e multipli.

aurei di Marco Aurelio di cui uno in onore della moglie Faustina minore

Nel 309 Costantino I introdusse il solido, di forma poco più grande e sottile, mentre l‘aureo era più piccolo e spesso.

Il solido ebbe poi una larga diffusione soprattutto nell’Impero Romano d’Oriente.

solido di Costantino I oro 4,50 gr. circa

La monetazione imperiale e le riforme.

Il periodo imperiale d’occidente, considerandolo da Giulio Cesare (anche se in realtà fu dittatore, ma non fu mai, ne Imperatore ne Augusto), durò circa cinque secoli. Durante questo periodo si susseguirono al trono di Roma oltre cento Imperatori.

Diverse quindi furono anche le riforme e le controriforme che subì il sistema monetario dell’epoca.

Per ovvi motivi quindi, citeremo di seguito e senza approfondire solo le più significative.

La prima riforma monetaria dell’Impero Romano si ebbe con Augusto, nel 15 a.C. quando il denarius aureus si stabilizzò su 1/42 di libbra. La coniazione delle monete d’oro e d’argento passò sotto il controllo diretto dell’Imperatore, evidenziate dalle lettere “P” e “M” ovvero Procurator Monetae, lasciando ai senatori, il controllo su quelle in bronzo, utilizzate dal popolo e di minore importanza, evidenziate dalle lettere “S” e “C” ovvero Senatus Consulto.

Monete con evidente “S” e “C” di “Senatus Consulto

Successivamente la riforma di Nerone diminuì il peso dell’aureo e del denario, riforma poi annullata da Domiziano che riportò i valori delle monete a quelli augustei.

I vari alleggerimenti nel peso del metallo non modificarono però il potere nominale di scambio, che rimase invariato, così facendo il valore reale delle monete diminuiva rispetto a quello nominale, avviandosi in pratica ad acquisire soprattutto un valore convenzionale attribuito per legge; questo fu il primo clamoroso esempio di svalutazione monetaria, che si sarebbe ripetuto poi molte altre volte nel corso della storia romana, per svariate cause (progressiva svalutazione dell’argento, carestie di guerra, malgoverni, ecc..).

Traiano, a sua volta, tornò al sistema neroniano finché nel 215, con l’Imperatore Caracalla, si ebbe un’altra riforma: venne svalutato l’aureo per contrastare la grande svalutazione del denario, che durante gli imperi precedenti si era ridotto di circa il 50 % di argento.

Aureliano successivamente provvide a riformare l’organizzazione delle zecche situate nelle varie provincie dell’impero.

Con la riforma di Diocleziano del 295, essendo l’Impero diviso su due territori assegnati a due regnanti, fece sì che le monete non rappresentassero più un singolo Imperatore, ma sul dritto ne riportassero l’immagine idealizzata, con un rovescio che tipicamente celebrava la gloria e la potenza di Roma.

Oltre all’antoniniano, che aveva un peso di 3,90 gr. fu introdotta una nuova moneta in bronzo, il follis, con un peso di circa 10 gr..

follis di Costantino I bronzo 10 gr. circa

L’ultima riforma dell’Impero Romano infine fu quella di Costantino I il grande nel 310, che si rifaceva al sistema bimetallico di Augusto.

Come moneta d’oro venne introdotto il solido con un peso di 4,54 gr., mentre come moneta d’argento, la siliqua , di 2,27 gr., inoltre con un valore doppio della “siliqua” fu introdotto il miliarensis che quindi aveva lo stesso peso del “solido”.

Per le monete di bronzo, il nummus di 3 gr. Equivalente ad 1/100 di “siliqua” , sostituì poi il “follis”, ormai fortemente svalutato.

Il sistema monetario di Costantino, salvo piccole correzioni riguardanti le monete di rame, durò quindi fino alla fine dell’Impero Romano d’Occidente.

siliqua arg. 2,27 gr. circa
nummus bronzo 3 gr. circa

Per l’Impero Romano d’Oriente, nel 498 si ebbe la riforma dell’Imperatore Anastasio, che non si differenziò sostanzialmente dalla precedente.

Dopo la fine dell’impero, la zecca di Roma fu gestita dal Papato che proseguì la coniazione, seguendo prima il sistema monetario bizantino ed in seguito quello carolingio, ovvero il sistema monetario istituito da Carlo Magno.

Sperando di non essere stato noioso, auguro buona salute a tutti, e alla prossima...

4 pensieri su “Parliamo di Monete 2

  1. Grazie a te Luigi, piacere di risentirti dopo molto tempo, ci manca a tutti la tua partecipazione!
    Auguri di ogni bene.
    Giorgio

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